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News: In evidenza

Data: 26/02/2016

FAUSTO VAGNETTI - I balocchi di Nenella (1934)

L'opera prende ispirazione dai giocattoli di Nenella, ovvero Maddalena, l'ulitma figlia del pittore. I balocchi diventano motivo pittorico per questa composizione particolarmente riuscita, dove l'atmosfera rarefatta fa pensare a una realtà magica. Scrive Vagnetti da un taccuino del 28 gennaio 1935: "Nelle scorse vacanze di Natale, avendo un grande desiderio di dipingere, cominciai uno studio della mia Nenella. Una vecchia tela fu rimessa in onore ed in poco tempo ci abbozzai un gruppo che poteva anche simboleggiare un frammento di umanità. Nenella mi prestò volentieri i suoi pupazzi, e io ci giocai un partito di chiaroscuro e di colore come se al posto di quei giocattoli ci fossero state delle persone".

Data: 05/02/2016

GAETANO CHIERICI - Il momento opportuno

Il momento opportuno, inviato alla Promotrice di Genova del 1866, rappresenta un esempio paradigmatico della pittura matura di Gaetano Chierici. Dedicandosi alla pittura di genere, e nello specifico all’aneddoto del quotidiano, con una pittura finalissima e di rara qualità, riprende la tradizione toscana di Luigi Scaffai, Pietro Torrini, ma anche Vincenzo Cabianca e Luigi Bechi, tramutandola in un linguaggio di grande successo internazionale.
Alla base vi è l’apprezzamento per la qualità e quantità di un lavoro pittorico da parte dei nuovi collezionisti americani, che non a caso iniziavano a comprare la pittura fiamminga, Chierici con questo tipo di produzione raggiunge un vertice qualitativo che lo rende un pittore ricercato a livello internazionale tutt’oggi.

Data: 29/12/2015

ANTONIO MANCINI - Il piccolo scultore

Il dipinto noto con il titolo Il piccolo scultore, realizzato ad olio su carta applicata su tela, può essere datato attorno al 1895 sulla base del confronto stilistico con alcune opere realizzate da Antonio Mancini tra gli anni ottanta e novanta dell'Ottocento, in particolare quelle raffiguranti soggetti analoghi. La superficie pittorica rivela le tracce della cosiddetta "graticola", un complicato sistema elaborato dall'artista alla fine degli anni ottanta: esso consisteva nell’utilizzo di due telai di grossi fili di cotone, spesso dalla trama disordinata, posti a grande distanza tra loro, uno davanti all’oggetto da raffigurare, l’altro direttamente sulla tela. Mancini se ne serviva per assicurare ai propri dipinti i giusti rapporti di proporzioni, soprattutto per ciò che concerne i ritratti: tuttavia, nel lasciarne in evidenza le tracce, l'artista attuava una vera e propria operazione concettuale, ritenuta all'epoca stravagante e al contempo sintomatica di una personalità geniale. Nell'uso della graticola si può leggere infatti la concretizzazione tecnica della visione poetica di Mancini e della sua arte, solo in apparenza caotica ed estemporanea, ma in realtà sempre profondamente ponderata e mai affidata alla casualità. Ciò era certamente ben chiaro alla committenza del suo tempo, così come alla critica, soprattutto quella internazionale: si ricordi, in tal senso, l'imponente Ritratto della Signora Pantaleoni (1894) oggi nelle collezioni della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, vincitore di medaglia d'oro all'Esposizione Internazionale di Monaco del 1905, in cui i segni della graticola si mostrano in tutta la loro evidenza.
Il tema del piccolo scultore si collega ad una serie di dipinti che Mancini realizzò in tutto il corso della sua lunga carriera, in particolare tra gli anni ottanta dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento. L'opera, infatti, rivela alcune analogie con due celebri dipinti databili alla metà degli anni ottanta conservati al Museo Mesdag dell'Aia, ovvero Il ragazzo con statuetta e Il piccolo antiquario, in cui le figure dei fanciulli sono associate a sculture. Il successo riscosso da questa iconografia portò l'artista a riproporla raffigurando anche personaggi adulti, come nell'olio noto col titolo The maker of figures, datato anch'esso al 1895 circa e conservato presso la Hugh Lane Gallery di Dublino (dove fu donata nel 1904 dal pittore John Singer Sargent), o ancora The seller of statues (ripr. in U. W. Hiesinger, Antonio Mancini: Nineteenth-Century Italian Master, Philadelphia 2007, tav. 26, p. 55).
Il piccolo scultore è caratterizzato da toni pacati e sobri, spezzati solo da un guizzo di rosso carminio ai piedi della statua, richiamato nei delicati tocchi di colore puro che accendono le labbra e le gote del fanciullo. L'eleganza della composizione e della misurata scelta cromatica sono sintomatici di un'avvenuta maturità nel linguaggio pittorico di Mancini, il quale, proprio a partire dagli anni novanta dell'Ottocento, si imponeva nel panorama artistico internazionale come uno dei più originali e apprezzati interpreti della pittura di figura.


Manuel Carrera

Data: 07/12/2015

Il cacciatore africano di Scipione Moretti (1880): Esperienze coloniali e nuove frontiere dell'esotismo

Il cacciatore africano di Scipione Moretti (1880): Esperienze coloniali e nuove frontiere dell'esotismo

 

Allievo di Pietro Tenerani, con cui collabora per diversi anni per poi passare dapprima nello studio di Randolph Rogers e in seguito in quello di Giuseppe Obici in occasione dell’esecuzione delle statua della Vergine per la colonna dell’Immacolata di piazza di Spagna, Scipione Moretti raggiunge la maturità nel fervido ambiente artistico che si dispiegava alla metà dell’Ottocento tra via Margutta e via del Babuino. Lungo queste due strade si affacciavano, infatti, gli studi dei più importanti scultori dell’epoca, fieramente eredi della tradizione neoclassica di Antonio Canova e Bertel Thorvaldsen, in cui venivano concepiti monumenti destinati alle capitali europee e d’oltreoceano. Accanto a tale produzione monumentale venivano realizzati anche piccoli capolavori, riservati a una raffinata élite internazionale, prediligendo i temi letterari e i soggetti di genere. Nel corso degli anni Settanta e Ottanta particolare successo riscuotevano i temi esotici, reinterpretati da Rogers in chiave nativo-americana e da Giulio Tadolini sulla scorta dei tentativi di espansione coloniale italiana nel Corno d’Africa. Certamente impressionato dal ricco patrimonio documentario che raggiungeva in quegli anni l’Italia attraverso le spedizioni commerciali e diplomatiche, Moretti, il cui spirito patriottico è attestato anche da un ritratto di Garibaldi cacciatore delle Alpi, sceglie un soggetto africano per il suo esordio espositivo avvenuto in occasione dell’Esposizione internazionale di Roma del 1883 dove il modello del Cacciatore africano fu esposto nella sala Gessi. Colpiscono nell’opera la molteplicità dei punti di vista, la vivacità della composizione, la vivezza degli animali e la cura dei dettagli anche più minuti. Su uno sperone di roccia cavalca un cacciatore africano che sta per essere sorpreso da una fiera, che emerge in secondo piano. L’uomo si piega leggermente da un lato per meglio cercare la preda e si prepara a tirare un colpo, mentre il suo cane dotato di un appariscente vreccale cerca riparo in una piccola grotta, in un’atmosfera sospesa che precede l’azione. All’immobilismo dell’uomo e del cavallo e al silenzio del cane appiattito nella ricerca di una via di fuga fa da contrappunto la potente figura dell’animale selvaggio che si innalza con le fauci spalancate a emettere un sonoro ruggito. Si tratta, tuttavia, di una rara esperienza autonoma, seppur in linea con lo spirito coloniale degli anni Ottanta che sfocerà nel 1887 nella commissione a Michele Cammarano di una grande tela raffigurante la battaglia di Dogali. Dopo aver partecipato nel 1883 al concorso per il monumento a Raffaello di Urbino, Moretti accetta, infatti, nuovi incarichi, che lo distraggono dalla produzione di piccolo formato e lo portano lontano dall’Italia al seguito di Marcial Aguirre Lazcano, suo collega nello studio di Obici, con cui aveva già collaborato tra il 1867 e il 1868 alla realizzazione del monumento a Sant’Ignazio di Loyola collocato ad Azpeitia di fronte al santuario dedicato al fondatore dell’ordine dei gesuiti. Nel 1886 lo scultore spagnolo gli domanda di raggiungerlo a San Sebastián per coadiuvarlo nell’esecuzione del monumento all’ammiraglio Antonio de Oquendo, che lo impegnerà fino al 1894, ben oltre il ritorno di Moretti in Italia avvenuto nel 1890.

 

Teresa Sacchi Lodispoto

Data: 26/10/2015

ARTURO NOCI - Canale di Terracina (1913)

Il dipinto, uno dei capolavori del Noci paesaggista, appartiene ad una serie di opere che l’artista realizza nell’estate del 1913 a Terracina. Si tratta di un momento particolarmente felice della sua carriera: il 1913 è infatti l’anno della prima mostra della “Secessione” romana, di cui Noci era tra i fondatori, nonché uno degli artisti di punta. In aperto confronto con i protagonisti del panorama artistico internazionale, Arturo Noci presentava alla Secessione una pittura dal linguaggio moderno ed elegante, interpretando la tecnica divisionista secondo una visione del tutto personale. Osservando il dipinto si noterà come la composizione sia sostanzialmente divisa in due parti, tecnicamente assai diverse tra loro: nella fascia superiore, il fitto fogliame è reso con tocchi di colore puro divisi con rigore scientifico, in linea con le teorie del pointillisme; in quella inferiore, invece, la pennellata è larga e sintetica. Per Noci, infatti, il divisionismo costituisce un espediente tecnico per ottenere effetti cromatici vivi e luminosi, da impiegare di quadro in quadro in maniera differente secondo le esigenze del caso.

L’artista presentò le vedute di Terracina realizzate nel 1913 alla Biennale di Venezia del 19141 e alle mostre della Secessione del 19142 e del 19153. Il dipinto in esame potrebbe essere identificato proprio in una delle opere dal generico titolo “Paesaggio – Terracina” esposte in quelle occasioni. L’ipotesi è suffragata dalla presenza di una fotografia dell’opera nell’archivio fotografico dell'artista.

Manuel Carrera

1

 Esposizione Internazionale d’arte della Città di Venezia – XI, Catalogo della mostra, Venezia 1914, p. 35: Sala 5 (Sala Internazionale): Lyda Borelli; Le dune di Canneto (Terracina); Il canale del Mortaccino.

 

2

 Seconda Esposizione Internazionale d’Arte della “Secessione”, Catalogo della mostra, Roma 1914, p. 26: Sala 2 (Internazionale): Paesaggio – Burano; L’arancio; Paesaggio – Terracina.

 

3

 Terza Esposizione Internazionale d’Arte della “Secessione”, Catalogo della mostra, Roma 1915, p. 29: Sala 5 (Internazionale): Canale del Mortaccino; Nudo; p. 30, Le dune di canneto – Terracina; Aster; Ritratto di bambina.

 

Arturo Noci

Canale di Terracina, 1913

Olio su tela

cm 105 x 100

Firmato e datato in basso a destra: Arturo Noci / 1913

Bibliografia: M. Fagiolo, P. Spadini, L. Djokic (a cura di), Arturo Noci: un pittore tra Roma e New York 1874-1953, Roma, Galleria Campo dei Fiori, 7, p. 103, n. 160 (ripr. p. 107).

 

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