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Data: 27/04/2016

FRANCESCO PAOLO MICHETTI - La processione del Corpus Domini a Chieti

La Processione del Corpus Domini a Chieti di Francesco Paolo Michetti, presentata con clamore in occasione dell’Esposizione Nazionale di Napoli del 1877 ed entrata a far parte in breve della prestigiosa collezione dell’Imperatore di Germania, è senza meno uno dei dipinti più importanti e significativi del secondo Ottocento in Italia. Con questo dipinto l’autore prendeva la leadership dell’emergente scuola partenopea e ne influenzava per un decennio gli orientamenti, con ripercussioni in tutta Italia. Michetti, omaggiato il genius loci Domenico Morelli con il riferimento alla Madonna della Scala d'oro nella figura centrale e assimilata con acutezza la lezione giapponista di Mariano Fortuny, conquistò pubblico e critica, pur tra le inevitabili polemiche. E’ il critico d’arte, nonché pittore, Francesco Netti, ad individuare alla perfezione le qualità del dipinto: il “vero progresso” consisteva nell’eliminazione di quella “tinta-base” che “smorza”, “avvelena”, “ed abbassa insensibilmente tutta la intonazione del quadro”. Nell'opera predominano “i colori chiari e freddi” ad imitazione della pittura giapponese, che procede appunto per “toni locali ed interi” e con un comporre piatto che annulla la profondità prospettica. Ecco fondato, agli occhi di Netti, l’Impero del bianco, una nuova pittura di luce, esemplata sulla lezione di Fortuny, che rinnova di fatto la pittura italiana alla luce del naturalismo internazionale para impressionista. Allorché Michele Uda, altro scrittore d’arte di posizioni conservative, si scagliò contro la nuova tendenza pittorica accusandola di “intenzionismo” e di “impressionismo”, non si è lontani dalle celebri critiche con cui Louis Leory si scagliò con l'articolo la “Mostra degli Impressionisti” pubblicato sul Charivari del 25 aprile del 1874. E questa operazione rivoluzionaria viene compiuta da Michetti nel Corpus Domini con una facilità - scriveva Netti che la difficoltà del creare in genere fa soffrire l'artista mentre al maestro abruzzese “fa godere” - che in questa occasione espositiva è nuovamente sotto gli occhi di tutti.

Data: 11/04/2016

GIULIO ARISTIDE SARTORIO - Autunno

Autunno fa parte di un ciclo di opere realizzato da Sartorio ispirandosi alla moglie Marga (Primavera, Estate e Inverno sono le altre tele). In Autunno la moglie è raffigurata in una posa charmant poggiata sulla balaustra della villa Horti Galateae sulla Via Appia, che è stata l'ultima residenza di Sartorio. Assolutamente rari nella produzione del maestro romano i ritratti, genere tuttavia nel quale si rivela con tutta la sua irresistibile verve pittorica. L'opera è datata al 1925.

Data: 26/02/2016

FAUSTO VAGNETTI - I balocchi di Nenella (1934)

L'opera prende ispirazione dai giocattoli di Nenella, ovvero Maddalena, l'ulitma figlia del pittore. I balocchi diventano motivo pittorico per questa composizione particolarmente riuscita, dove l'atmosfera rarefatta fa pensare a una realtà magica. Scrive Vagnetti da un taccuino del 28 gennaio 1935: "Nelle scorse vacanze di Natale, avendo un grande desiderio di dipingere, cominciai uno studio della mia Nenella. Una vecchia tela fu rimessa in onore ed in poco tempo ci abbozzai un gruppo che poteva anche simboleggiare un frammento di umanità. Nenella mi prestò volentieri i suoi pupazzi, e io ci giocai un partito di chiaroscuro e di colore come se al posto di quei giocattoli ci fossero state delle persone".

Data: 05/02/2016

GAETANO CHIERICI - Il momento opportuno

Il momento opportuno, inviato alla Promotrice di Genova del 1866, rappresenta un esempio paradigmatico della pittura matura di Gaetano Chierici. Dedicandosi alla pittura di genere, e nello specifico all’aneddoto del quotidiano, con una pittura finalissima e di rara qualità, riprende la tradizione toscana di Luigi Scaffai, Pietro Torrini, ma anche Vincenzo Cabianca e Luigi Bechi, tramutandola in un linguaggio di grande successo internazionale.
Alla base vi è l’apprezzamento per la qualità e quantità di un lavoro pittorico da parte dei nuovi collezionisti americani, che non a caso iniziavano a comprare la pittura fiamminga, Chierici con questo tipo di produzione raggiunge un vertice qualitativo che lo rende un pittore ricercato a livello internazionale tutt’oggi.

Data: 29/12/2015

ANTONIO MANCINI - Il piccolo scultore

Il dipinto noto con il titolo Il piccolo scultore, realizzato ad olio su carta applicata su tela, può essere datato attorno al 1895 sulla base del confronto stilistico con alcune opere realizzate da Antonio Mancini tra gli anni ottanta e novanta dell'Ottocento, in particolare quelle raffiguranti soggetti analoghi. La superficie pittorica rivela le tracce della cosiddetta "graticola", un complicato sistema elaborato dall'artista alla fine degli anni ottanta: esso consisteva nell’utilizzo di due telai di grossi fili di cotone, spesso dalla trama disordinata, posti a grande distanza tra loro, uno davanti all’oggetto da raffigurare, l’altro direttamente sulla tela. Mancini se ne serviva per assicurare ai propri dipinti i giusti rapporti di proporzioni, soprattutto per ciò che concerne i ritratti: tuttavia, nel lasciarne in evidenza le tracce, l'artista attuava una vera e propria operazione concettuale, ritenuta all'epoca stravagante e al contempo sintomatica di una personalità geniale. Nell'uso della graticola si può leggere infatti la concretizzazione tecnica della visione poetica di Mancini e della sua arte, solo in apparenza caotica ed estemporanea, ma in realtà sempre profondamente ponderata e mai affidata alla casualità. Ciò era certamente ben chiaro alla committenza del suo tempo, così come alla critica, soprattutto quella internazionale: si ricordi, in tal senso, l'imponente Ritratto della Signora Pantaleoni (1894) oggi nelle collezioni della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, vincitore di medaglia d'oro all'Esposizione Internazionale di Monaco del 1905, in cui i segni della graticola si mostrano in tutta la loro evidenza.
Il tema del piccolo scultore si collega ad una serie di dipinti che Mancini realizzò in tutto il corso della sua lunga carriera, in particolare tra gli anni ottanta dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento. L'opera, infatti, rivela alcune analogie con due celebri dipinti databili alla metà degli anni ottanta conservati al Museo Mesdag dell'Aia, ovvero Il ragazzo con statuetta e Il piccolo antiquario, in cui le figure dei fanciulli sono associate a sculture. Il successo riscosso da questa iconografia portò l'artista a riproporla raffigurando anche personaggi adulti, come nell'olio noto col titolo The maker of figures, datato anch'esso al 1895 circa e conservato presso la Hugh Lane Gallery di Dublino (dove fu donata nel 1904 dal pittore John Singer Sargent), o ancora The seller of statues (ripr. in U. W. Hiesinger, Antonio Mancini: Nineteenth-Century Italian Master, Philadelphia 2007, tav. 26, p. 55).
Il piccolo scultore è caratterizzato da toni pacati e sobri, spezzati solo da un guizzo di rosso carminio ai piedi della statua, richiamato nei delicati tocchi di colore puro che accendono le labbra e le gote del fanciullo. L'eleganza della composizione e della misurata scelta cromatica sono sintomatici di un'avvenuta maturità nel linguaggio pittorico di Mancini, il quale, proprio a partire dagli anni novanta dell'Ottocento, si imponeva nel panorama artistico internazionale come uno dei più originali e apprezzati interpreti della pittura di figura.


Manuel Carrera

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