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OPERA: Sesto Calende di Achille Formis Befani

Sesto Calende

Achille Formis Befani

Napoli 1832 - Milano 1906

Sesto Calende

Tipologia: Dipinto
Tecnica:

Olio su tela


Misure: cm. 54 x 93

Scheda:

L’opera è stata realizzata a Sesto Calende, borgo posto sul capo meridionale del lago Maggiore, come testimonia il confronto con il dipinto Sesto Calende (ripr. in La quadreria dell’800 nella raccolta N. Poggi, 1941), raffigurante il medesimo scorcio. Eseguita presumibilmente tra il 1886 e il 1888, anni in cui l’artista presenta nelle rassegne nazionali tele dedicate allo stesso luogo, evidenzia una piena assimilazione dei modi del naturalismo lombardo. Formatosi all’Accademia di Napoli, all’inizio degli anni Sessanta Achille Befani si era trasferito a Milano con lo pseudonimo di Formis, già utilizzato nella sua breve giovanile carriera di cantante. Nel capoluogo lombardo aveva seguito i corsi a Brera e da subito si era dedicato alla pittura di paese con particolare predilezione per soggetti campestri e lacustri, genere che, negli anni Settanta, avrebbe spesso alternato a motivi orientali, frutto di diversi soggiorni tra la Turchia e l’Egitto. La stesura semplificata che contraddistingue questo paesaggio, con brevi, fitti e corposi tocchi di materia cromatica che sembrano riprodurre la consistenza fisica della natura, mostra l’artista lontano dalla maniera più finita, tipica delle sue opere dei primi anni Settanta, e pienamente in linea con le ricerche en plein air condotte negli stessi anni da personalità come Filippo Carcano ed Eugenio Gignous. In sintonia con tali indirizzi Formis sfoggia inoltre un’assoluta maestria nel trattamento delle luci e dei valori cromatici, nella volontà di cogliere, lontano dalle formule accademiche, in comunione profonda con la natura, un dato luogo in un momento unico e irripetibile. Secondo una modalità che gli è tipica, l’artista abbassa infatti il punto di vista in modo da dare il massimo risalto allo specchio d’acqua. Ciò gli consente di stabilire nel paesaggio un raffinato gioco di contrappunti perlacei tra cielo e terra che, irrorando i verdi e i bruni della macchia naturale, rende straordinariamente l’atmosfera umida dell’ambiente lacustre. È evidente inoltre il ruolo secondario dei tre uomini intenti a sistemare la vela di un’imbarcazione: un’immagine non graziosa ma di assoluta quotidianità, in cui la presenza umana non è altro che parte integrante del paesaggio, e la vela chiarissima con i suoi riflessi un espediente per spingere in alto i valori luministici della composizione. Sabrina Spinazzè

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