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OPERA: Nelle paludi (1883) di Achille Vertunni

Nelle paludi (1883)

Achille Vertunni

Napoli 1826 - Roma 1897

Nelle paludi (1883)

Tipologia: Dipinto
Tecnica:

Olio su tela


Misure: cm. 75 x 149

Scheda:

Firmato in basso a destra "A. Vertunni"; presentato all' Esposizione Nazionale di Belle Arti di Roma del 1883, reca cartiglio sul retro della mostra.

 

In occasione dell'Esposizione internazionale di Roma del 1883 Achille Vertunni esponeva quattro dipinti: Al bosco, Sul lago, Minaccia di temporale e Nelle paludi. Questo ultimo quadro è identificabile nell'opera qui presentata grazie all'antico cartiglio che si trova ancora sul retro del telaio. Si tratta di un lavoro della maturità dell'artista, dopo il 1883 infatti Vertunni non invierà più opere a mostre ufficiali, che diviene rappresentativo del sorprendente aggiornamento del suo stile. Il soggetto è ancora la prediletta campagna romana ma al posto della fedele analisi verista risalta un audace linguaggio para-impressionista, ricreato dai vapori multicolori - arancio, rosa e viola - che suggeriscono gli acquitrini delle paludi pontine. Questa tavolozza, come la scioltezza tecnica inusitata, riporta alla mente le opere dei maestri francesi impressionisti, che Vertunni potrebbe aver conosciuto lungo i suoi viaggi oltralpe. L'attività del maestro napoletano, infatti, fu quanto mai di livello internazionale. Formatosi a Napoli nel paesaggio storico si trasferì ben presto a Roma nel 1853 e ottenne un riconoscimento universale con il quadro Pia de’ Tolomei - paesaggio di composizione, inviato alla Mostra degli Amatori e Cultori del 1857. Nonostante il favore ottenuto con i soggetti di ambientazione storica ben presto si specializzò nella pittura dal vero della campagna romana con i suoi vasti orizzonti e con le sue rovine millenarie. La descrizione del mutamento artistico avvenuta in quegli anni in Vertunni è riportata dallo scrittore d'arte principe Baldassarre Odescalchi: “Ma tosto nella mente del Vertunni corse un dubbio; ritornando da solitarie passeggiate nella campagna romana, gli parve che gli era inutile fatica ideare nuovi paesaggi, mentre v’era tanta varietà della natura; cercar poesia nelle creazioni della immaginazione, mentre ve n’era tanta nella realtà delle cose. Questi pensieri gli vennero mentre contemplava le deserte colline, ove pascono gli armenti quasi selvaggi, i ruderi degli acquedotti romani indorati dal sole, la catena degli Appennini in lontananza rivestita di vaghe tinte azzurre. Gli vennero visitando il padule di Maccarese, gli ultimi raggi color di porpora che trasparivano tra le cupe foglie dei pini mentre il sole si tuffa nel mare, e la bufola [sic] solitaria, unico abitante di questa insalubre regione, anima questo paesaggio1. Questo nuovo motivo conduttore si rivela una scelta quanto mai vincente. Vertunni inviò le sue campagne romane alle principali mostre italiane ed estere: tra le altre si deve ricordare la sua presenza nel 1870 a Londra, nel 1873 a Vienna, nel 1876 a Philadelphia e a Chicago e nel 1878 all'Esposizione universale di Parigi. Contemporaneamente il suo studio romano veniva visitato da una clientela internazionale molto competente e ricercata, attratta anche dalla raffinatezza della sua collezione personale. Una fonte dell'epoca ci riporta un'accurata descrizione: “le pareti e i pavimenti ricoperti di tappeti turchi e antichi arazzi; ricchi broccati e stoffe orientali ricamati con oro e argento sono adagiati sulle sedie e sui tavoli; antichi mobili squisitamente intagliati e rifiniti con madreperla e avorio; vasi veneziani e candelabri di Murano; porcellana di Sevres, e quelle cassapanche di legno intagliato usate dalle spose del tredicesimo secolo per i loro corredi, riempiono le stanze. Un tal numero di oggetti d’arte e antichità attraggono l’occhio, ma i più belli sono i paesaggi dipinti dall’artista e disposti nelle loro ricche cornici2. Gran parte della produzione più impegnata di Vertunni quindi prese la via del collezionismo straniero. D'altronde Odescalchi stesso, notando la mancanza di paesaggi dedicati alla deserta natura della campagna romana nello studio del maestro durante una sua visita, icasticamente commentava: “Che volete: Roma è fecondo terreno di produzione d’arte moderna, ma sventuratamente i suoi prodotti non rimangono fra noi. Ad ogni nuova stagione scendono gli amatori d’oltremonte per raccogliere la messe appena è matura3.


 

1B. ODESCALCHI, Gli studi di Roma. Ricordi artistici di Baldassarre Odescalchi, Roma 1875, p. 80.

2S. B., Italy at Paris, in «The Evening Post», New York, 1 maggio 1878.

3B. ODESCALCHI, Gli studi di Roma. Ricordi artistici di Baldassarre Odescalchi, Roma 1875, p. 84.

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