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OPERA: Al lido di Venezia di Italico Brass

Al lido di Venezia

Italico Brass

Gorizia 1870 - Venezia 1943

Al lido di Venezia

Tipologia: Dipinto
Tecnica:

Olio su tela


Misure: cm. 73 x 92

Scheda:

Il dipinto già inventariato con il titolo Al lido di Venezia (cartellini sul retro nn. 554, 44) è databile al 1910 circa sulla base del confronto stilistico con alcune opere, di analogo soggetto, realizzate dall’artista alla fine del primo decennio del Novecento. Tra queste si veda, in particolare, La spiaggia al lido, oggi in collezione privata (ripr. in M. Masau Dan, a cura di, Italico Brass, Milano 1991, n.17, p. 68): presentata con successo all’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma nel 1911 (cfr. Catalogo della Mostra di Belle Arti. Esposizione Internazionale di Roma 1911, Roma 1911, p.16, n. 74, tav. 397), l’opera mostra infatti lo stesso personaggio maschile dalla lunga barba rossa con il cappello di paglia visibile in basso a destra in Al lido di Venezia, ritratto ancora una volta in abiti bianchi e con la testa rivolta verso destra (fig. 1).
Sono diverse le vedute del Lido che Italico Brass realizza attorno al 1910 e presenta in alcune importanti esposizioni internazionali, tra cui vanno ricordate in particolare, per ciò che concerne il periodo in esame, le biennali di Venezia – dove proprio nel 1910 espone quarantatre opere – e la mostra personale itinerante avviata nel 1911 tra Budapest, Monaco, Berlino, Lipsia, Francoforte, Amburgo e Parigi. Il successo di critica registrato da Italico Brass in queste occasioni espositive si deve innanzitutto al carattere fortemente europeo della sua pittura, aggiornata alle più moderne tendenze internazionali grazie anche alle suggestioni ricevute già negli anni della formazione tra Monaco di Baviera e Parigi. Il suo arrivo a Venezia nel 1895 coincide con la prima Biennale, fondamentale momento di incontro dell’arte italiana con quella straniera.
Immediatamente dopo le prime biennali si assiste nelle varie scuole regionali ad un linguaggio pittorico rinnovato, in cui è evidente l’influenza esercitata da alcuni artisti attivi oltre i confini nazionali che l’esposizione veneziana ebbe il merito di far scoprire e portare al successo in Italia. I più influenti in questo senso furono gli spagnoli – prima Sorolla, poi Zuloaga e Anglada – e i pittori di scuola inglese, tra cui soprattutto l’irlandese ma inglese d’adozione John Lavery, ritrattista dell’alta società osannato dalla critica italiana. Un contesto particolarmente ricettivo fu, naturalmente, quello veneziano. Sebbene la Laguna fosse uno dei centri prediletti dall’elite anglo-americana frequentata da James Whistler e John Singer Sargent, gli artisti veneti non ebbero rapporti di scambio di rilievo con gli stranieri e rimasero perlopiù in una dimensione appartata: fino a quando grazie ad Antonio Fradeletto, prima con l’Esposizione Nazionale del 1887, poi con le biennali dal 1895, vi si ritrovarono finalmente in contatto diretto, avendo una prospettiva privilegiata rispetto a tutti gli altri connazionali, nonché una maggiore visibilità. Ricorda il critico Ugo Ojetti nel 1901: «sei anni fa, la prima esposizione d’arte internazionale a Venezia parve e fu un miracolo. […] che l’America avesse dato all’Europa due meraviglie come Whistler e come Sargent, nessuno del pubblico sapeva, e appena l’un per cento dei pittori. Dell’Inghilterra si conosceva quel po’ di prerafaelismo [sic] che Sartorio nella sua prima maniera aveva diffuso illustrando in quadri e disegni poesie di D’Annunzio» (U. Ojetti, La quarta Esposizione a Venezia, in “Corriere della sera”, 10-11 febbraio 1901, p. 1).
Sono dunque facilmente comprensibili le ragioni della virata anglicizzante che prese la pittura veneta dalla fine degli anni Novanta dell’Ottocento, e che trovò in Italico Brass uno dei più entusiasti seguaci di Lavery, celebrato alla Biennale del 1910 con un’acclamata mostra personale. La pennellata fluida e l’elegante cromatismo di matrice whistleriana erano il marchio di fabbrica dell’artista irlandese, di cui la critica apprezzava quell’impressionismo che, pur nella sua modernità, veniva filtrato dallo studio della tradizione del Settecento, tanto nel ritratto quanto nel paesaggio. Sebbene all’insegna di uno stile personale e riconoscibile, Brass aderì pienamente al gusto lanciato da Lavery, come è evidente osservando le coeve vedute veneziane realizzate dal maestro irlandese (figg. 2-3), confermando così la sua predisposizione alla ricerca di un linguaggio pittorico che si svincolasse dalla morsa della provincialità attraverso uno stimolante confronto con il panorama artistico internazionale.

 

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